figura sfocata di donna

Impulso improvviso

È il giorno dello spettacolo.
Sono rimasto a letto tutta la mattina, fino a ora di pranzo. Poi ho cominciato il consueto rituale della preparazione, raccogliendo in ordine tutti gli oggetti di scena e i pezzi del costume.

L’impianto audio della compagnia è qui. Nessuno mi ha avvisato su cosa avrei dovuto portare. Poco tempo fa, avrei deciso io: adesso non ne so nulla. Decido che se Laura non non mi dice niente, non porto un cazzo.
Ma poi, prima di uscire le telefono. Dice che serve tutto. Le ho fatto notare che stavo per uscire senza perché non ne sapevo niente. Lei fa la strafottente: “Sto guidando e non mi va di stare al telefono, se non vuoi portarlo, ci arrangeremo senza”. Provo a replicare, ma è stronza forte ed è inutile.
Allora butto lì la storia del sostituto: “Hai fatto in fretta a trovarlo!”
“Certo”, dice, “mi serviva, non sapevo se tu saresti venuto, sei andato via in quel modo martedì e poi non ti sei fatto sentire, pensavo che non venissi più”. Mavaffanculo, sai bene che sono andato via perché stavo male, adesso stai a vedere che dovevo confermare la mia parte nella mia compagnia.

Anche chiederle della prova di giovedì organizzata alle mie spalle finiva sempre sullo stesso concetto: “Dovevo provare con il sostituto, e poi se non ti sei fatto sentire io non sapevo se tu fossi venuto ancora.”
“Se tu avessi voluto sapere qualcosa di me, se avrei partecipato allo spettacolo, se stessi bene se fossi ancora vivo, cazzo, sarebbe bastato chiederlo e ti avrei risposto. Un po’ più semplice che trovare un altro attore e organizzare delle prove supplementari, nel dubbio.”

Era sempre più evidente che stava organizzando da tempo la mia esclusione. Cercava solo una scusa. Anche se patetica come questa.
“Finché non mi dai una spiegazione, la questione resta aperta. Non affrontare il problema, non lo risolve.”
“Per me il problema è chiuso, non esiste. Non ho nessuna spiegazione da darti”. E’ l’ultima sua frase che ricordo. Ho chiuso il telefono mentre ancora parlava. Negare i problemi nella convinzione che possano sparire è quanto di più infantile si possa fare, dai trent’anni in su.

***

Tutto pronto, tre piani di scale per tre volte per trasportare il materiale in macchina, quaranta chilometri ancora da percorrere. Io stavo seduto sul letto a cercare un motivo per uscire di casa. Per lei? Per il pubblico? Per il Secco o Virginia? Per me? Per la compagnia? Per star male di nuovo? Perché?

Ho pensato di tutto. Magari vado lì e mi rifiuto di andare in scena prima di una spiegazione. Oppure lo faccio e alla prima scena mi interrompo e attacco un monologo sul rispetto e sull’amicizia, prima di andar via. O ancora, affronto il “sostituto” che, ero certo, avrei trovato già là al mio arrivo… L’unica cosa che mi appariva impossibile era recitare in uno spettacolo che avrebbe dovuto essere comico.

Nemmeno potevo lasciare campo libero a quello sconosciuto senza lottare, dopo aver lavorato tanto su questo personaggio. Mi sono chiesto cosa fosse giusto. Ho cominciato a darmi qualche risposta.

***

Ho caricato la macchina senza lasciare a casa nemmeno un dettaglio, e sono partito, chiedendomi per tutto il viaggio che cosa avrei fatto quando sarei stato di fronte a Laura.
Quando sono arrivato davanti al teatro, sono sceso dalla macchina senza scaricare alcunché. Ho atteso fuori per qualche minuto, per chiarirmi le idee e respirare. Mi sono avvicinato alla porta, ho appoggiato la mano sulla maniglia, me ne sono allontanato ancora e ho percorso più volte il tratto di strada tra l’ingresso e la macchina, al buio deserto di quel piazzale sul retro. Ero di nuovo accanto alla porta quando ho sentito dei rumori vicini, dall’altra parte, ho fatto un passo indietro e subito dopo è uscita Virginia. Mi ha visto.

Si è avvicinata chiedendomi se volevo entrare, poi, più vicina, se volevo parlare un po’. Stavo rispondendo qualcosa quando si è riaperta la porta ed è spuntata la testa di Laura. Cercava Virginia, mi ha visto ed è subito rientrata. È riapparsa dopo pochi secondi chiedendo qualcosa a Virginia, che ha risposto.

Seguendo l’impulso, mi sono avvicinato a Laura guardandola negli occhi e chiedendole di fermarsi un minuto lì fuori. Entrambe erano sorprese, almeno quanto lo ero io. Dopo un attimo di smarrimento, Laura ha annuito, mi sono avvicinato ancora. Io fuori, lei dentro. Tra noi il confine di quella soglia d’ingresso.

“Dammi la mano.” Ho detto, tendendole la mia.
“Cosa?”
“Dammi la mano.”
“Non voglio scenate.”
“Nessuna scenata, dammi la mano.”
Incerta, ha appoggiato la mano sulla mia. Ho aggiunto la sinistra sulla sua mano, sempre con gli occhi a fissare i suoi. Virginia, discretamente, si è allontanata, rientrando in teatro. Io ho iniziato a parlare. Senza preamboli.

Ho spiegato tutto quello che ho passato nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, ho chiesto scusa per le volte in cui ho esagerato, ho spiegato tutti i motivi per cui lei mi ha offeso.
“Tra di noi si è eretto un muro. L’abbiamo costruito tutti e due. C’è bisogno di entrambi per abbatterlo. Comincio io. Quel che è importante per me è la compagnia che abbiamo costruito, e che stiamo facendo a pezzi. Ed è importante la nostra amicizia, se esiste ancora. Sono disposto a fare il primo passo e ingoiare tutto lo schifo che devo ingoiare.”
Poi le ho fatto la domanda.
“Rispondi solo sì o no. Ti interessa che la compagnia vada avanti con me oppure no?”

Mi ha detto sì.
Non le ho creduto del tutto, ma mi serviva sentire quella risposta per poter salire sul palcoscenico.
Siamo rimasti a parlare in quel modo molto a lungo, forse un’ora. Gli altri sono rimasti distanti. Solo Paolino a un certo punto mi ha chiesto le chiavi per scaricare l’impianto dall’auto.

Per la prima volta ha abbassato, di poco in verità, quello schermo che ha sempre posto tra sé ed il mondo. Il buio ha aiutato, il tono calmo della mia voce, anche, credo. Ad un certo punto l’ho vista addirittura turbata, commossa, anche se forse non l’ammetterebbe. Con la mano si è asciugata gli occhi.

Mentre mi allontanavo, entrando in teatro, mi sono sentito letteralmente rinato. Esausto ma orgoglioso di me. Non mi ero mai sentito prima così contento di me stesso. Sono certo di aver fatto la cosa migliore che potessi fare in quella situazione. Non c’era più quel peso ad opprimermi ed una nuova coscienza di me mi dava forza. Ho chiesto a Paolino di accompagnarmi a prendere un caffé: la serata stava per iniziare.

L'anno senza inverno

Il sostituto La scena è mia

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