Chievo-Napoli al fischio d'inizio - dalla curva ospiti

Non è un giallo.

Tanto c’è tempo. Ma invece mica tanto. Perché vai a capire da dove si entra, stavolta. E dove vendono i biglietti. La prima cosa che abbiamo visto è stata una fila di persone. Due a due. Come all’asilo. Ma non si davano la manina. Ci siamo passati attraverso, senza nessuna intenzione simbolica.

Un percorso a quiz, giri immensi per tornare nello stesso posto. Come una canzone di Venditti. Infine la biglietteria. Potevano metterla, però, qualche indicazione. L’unica è appiccicata sulla baracca dei biglietti. A cinquanta metri dallo stadio. Graziarcazzo. È un prefabbricato di lamiera. Mi ricorda il post-terremoto.
Quello dell’ottanta, dico.
Tipica organizzazione veronese, penso.
Pure il bimbominkia nella baracca è diversamente sveglio. Ma che cazzo di prezzo è, ventisei euro? Cioè, non venticinque, non trenta, ventisei. Che poi le monetine di resto te le sequestrano i poliziotti all’ingresso. Pezzenti.

Mario gli presenta una banconota da cinquanta. E una moneta da due euro. Per facilitare.
– Ti do anche la moneta…
– No, non mi serve la moneta.
– Sicuro? Era per facilitare.
– No, non mi serve.

Batte su una tastiera, manda in stampa il biglietto, poi osserva la banconota. Sembra guardi nel vuoto per qualche istante. Alza gli occhi. Li abbassa. Li rialza.
– Sì, mi serve la moneta.
Usa una calcolatrice. Di quelle coi tastoni grandissimi. Molto più vecchia di lui. Raccoglie i venticinque di resto ed estrae una moneta da uno. Ha l’espressione di uno scalatore appena arrivato in cima. Mancanza d’ossigeno. Sudato.

Anche io ho una banconota da cinquanta. Non ho la moneta. Mario mi indica. Insiste a facilitare.
– Tieni pure l’euro, per il prossimo biglietto.
Il soggetto osserva l’euro, poi Mario, poi me, poi ancora l’euro. È sgomento. Sta per piangere. Facilitiamolo.
– No, no, non fa niente, lascia stare, va bene così.
Mario mi passa l’euro. Aggiungo i cinquanta e li passo a quegli occhietti smarriti. Sembra Bambi appena sveglio. Senza latte. In fondo è la stessa operazione di poco fa. Sente che può farcela…

– Eh, però deve avere la tessera del tifoso.
Peccato, poteva farcela.
– Non credo.
(Dico io, che sono informato).
– Lei è residente in Campania…?
Ha in mano la mia carta d’identità, ma evidentemente non sa leggere.
– In realtà, no…
– Ah… è vero.
Forse sa leggere. Oppure mi crede sulla parola. Devo trattenermi. Non è carino ridergli in faccia. Mi sposto e rido più in là.

– Si entra qui, per il settore ospiti?
– No… sì… cioè, mi faccia vedere.
Nemmeno questo tizio col grembiule giallo sembra molto in sé. Forse li drogano. Oppure è un minion. Se dice pignatta e banana è lui. Osserva il biglietto per un secondo scarso. Al buio. Per sicurezza, dà anche le spalle al lampione.
– Eh, sì, di qua.
Guarda dietro di noi. Indica una direzione verso la quale non ci sono stadi. Non in questa città, almeno. Ma abbastanza generico da comprendere l’universo conosciuto. Nel dubbio, andiamo a farci una birra. Tanto c’è tempo. E comunque, una indicazione, anche generica, potevano pure appenderla da qualche parte.

– Si entra qui, per il settore ospiti?
Quest’altro tizio giallo conferma con più sicurezza. Non dice papaya. Passiamo la barriera. Al tornello, un poliziotto dice che no, non dobbiamo entrare da lì. Più avanti, di là. Più avanti di là c’è un’altra barriera. Chiusa. Non si passa. Altri due minion dicono che no, dobbiamo tornare indietro.
– No, dovete tornare indietro.
Torniamo indietro.
Io non dico stamparle proprio, le indicazioni, ma almeno un pezzo di carta scritto a pennarello, così, per facilitare. Pezzenti.

Lo stesso poliziotto di prima guarda il biglietto.
– Eh, è proprio qui… Ma ci sono i tifosi del Napoli, eh?
– Eh, sì, sennò mica chiedevo per il settore ospiti, eh?
Sorridiamo. Lui è imbarazzato. Cerca di giustificarsi.
– È che non ho visto sciarpe, colori…
Ha ragione pure lui, se non abbiamo la pizza in una mano, il mandolino nell’altra e non cantiamo, lui come fa a capire che siamo tifosi napoletani? Gli rispondo d’istinto.
– Mica possiamo farci riconoscere… qui siamo sempre a Verona… è città pericolosa… Eh?
Entriamo. Non mi perquisisce. Dice al collega che ha già controllato. Forse voleva facilitare.

Dentro è la solita allegra curva napoletana. Persone sorridenti, bambini che vogliono vedere ‘O gol di Amsìk pure durante il riscaldamento e nell’attesa cantano, famiglie che si fanno i selfie. Rispetto all’anno scorso, la novità è lo stendardo con la fotografia di Sarri e la sua sigaretta: “Tutto fumo… e tutto arrosto”.
Noi non cerchiamo neanche un posto per sederci. La partita si guarda in piedi. Siamo sulla balaustra centrale. Proprio in mezzo. Sotto la mia faccia c’è scritto “Fratelli Partenopei”. Mi ci riconosco. Restiamo qua.

Poi comincia lo spettacolo. Triangoli serrati, colpi di tacco, altre geometrie, controllo del gioco, tiri, pali, passaggi telecomandati: il Napoli è come un videogioco. Gli applausi scattano a scena aperta anche solo per questo modo di giocare a calcio.

Gli altri, quelli vestiti di giallo (ma che è, ‘na mania?), ogni tanto impazziscono e scalciano come muli. Servirebbe un secondo pallone, per fargliene vederne uno. Non si raccapezzano.
Però stanno tutti intorno alla porta e il primo tempo finisce senza gol. Col palo che ancora trema per la seggiata di Higuain.

Meglio così. Segnamo nel secondo tempo, così lo vediamo proprio sotto la nostra curva. E infatti.
La girata al volo di sinistro è da fuoriclasse. Urliamo gooool per un minuto buono. Poi invochiamo il nome di Higuain. Lui alza le braccia in risposta. Appena ci calmiamo, cominciamo a chiederci a vicenda “Ma che cazzo di tiro ha fatto?”

Abbiamo avuto paura per Lorenzinho, colpito al ginocchio operato. Un’altra volta. Dopo aver zoppicato per un po’, s’incazza, si piglia il pallone e sfiora un gol ancora più bello dell’altro. Lo ribattezziamo Highlander. Dopo lascia il posto a Ciro Mertens, il belga-napoletano. Lui di mestiere esce il mal di mare agli avversari. Anche ai tifosi gialli, però. Che all’inizio erano pochi. Adesso pure, ma tristi. No, davvero, sentire quel fiacco coretto “Chievo Chievo” fa simpatia, ma anche un po’ di tristezza. Sarà che sono persone come noi, solo più gialle. Niente a che vedere con quella mandria di bestiame subumano dei tifosi del Verona. Meno male che retrocedono.

Noi abbiamo saltellato un sacco perché non siamo veronesi. Per fortuna. Finché abbiamo vinto la partita. Alla fine il nostro portiere ibero-napoletano Peppino Rèina chiama i compagni e tutti insieme vengono a salutarci. E noi li applaudiamo. Cantiamo la canzone d’amore di un soldato. Poi andiamo a farci un panino. Perché quella parola la pensiamo tutti, e nessuno vuole dirla. Perché c’è tempo. Bevici su un sorso, che scende meglio. Ci vediamo alla prossima.
#ForzaNapoliSempre

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