Si può uccidere così, senza fatica. Seduti sopra una poltrona o su uno sgabello. Oppure in piedi, sorseggiando un aperitivo.
Basta una piccola ferita, un piccolo dolore momentaneo cui non si fa caso, che sembra passare subito. Rimane solo un fastidioso lieve indolenzimento.
E poi l’infezione, ed il sangue che si avvelena. Un senso di malessere s’impadronisce del corpo. Uno star male che si fa via via più pesante, in progressione geometrica. Al punto che quando la sofferenza lacrima ormai dagli occhi, è tardi per porvi rimedio.
Si può uccidere così, senza fatica. Senza pentirsi.
Basta raccogliere l’altrui fiducia e poi venderla al miglior offerente. A quel punto un sorriso beffardo è l’ultima spinta che fa penetrare la spina, è il dito sul grilletto, è lo sparo.
L’agonia è nulla di fronte al chiedersi perché.
Perché l’hai fatto.
E perché non rispondi, e non torni indietro.
E credi di scappare, restando ferma; e credi che aspettando, muovendoti piano, senza creare onde, in silenzio, col tempo passi tutto.
Credi forse che si possano dimenticare le domande rimaste sospese; perché restano sospese, ricordalo, non cadono col tempo.
Il mondo non è così grande da poter dimenticarsi. E la città è piccola, troppo piccola.
Prima o poi dovrai incrociare la mia strada. E che cosa farai allora? Cambierai direzione o marciapiede? Abbasserai gli occhi fingendo distrazione?
Prima o poi mi verrai incontro per caso. Ed io ti guarderò negli occhi, tacendo. Toccherà a te parlare. O Vergognarti.
Si può uccidere così, senza fatica. La scommessa è fingere, dopo, che nulla sia accaduto. Dimenticare, non dimenticherai. E non scorderò, io, quello che hai fatto. Perdonare? Forse. Non so. Prova a chiederlo, prima.
