Paralipomeni. O recensione differenziale.

Foto: Aleks Falcone
Foto: Aleks Falcone

Riparlo de “Il passato è una bestia feroce” a qualche settimana di distanza per rispondere ad una domanda che mi sono posto: quanto di quella recensione positiva deriva dal libro, e quanto, invece, dal contorno?
Voglio dire, non è mai stato un romanzo qualsiasi. L’autore è una persona che conosco e stimo, e poi ho partecipato alla particolare iniziativa per il suo lancio, scambiando pareri e prime impressioni con lui e con gli altri fortunati della Squadra prima ancora che arrivasse in libreria…
Tutto questo avrà pure influito sull’entusiasmo con cui ho accolto il libro. Ma quanto? E quanto la recensione che ho scritto è affidabile ed oggettiva?
Ora vediamo.

Come scrivevo in un post precedente, dopo il thriller di Massimo Polidoro, ne ho letto uno di Kathy Reichs, autrice che apprezzo molto. Per la precisione, si tratta di “Cadaveri innocenti“. E allora provo a confrontare questo e quello. Quali sono le differenze che ho notato?
Innanzitutto, questo scorre meno liscio. La lettura è un po’ più ruvida e l’effetto trascinamento al capitolo successivo non è così irresistibile. Non credo che sia un problema di traduzione. Il testo presenta continuamente cambi di velocità. Il racconto dell’indagine procede spedito finché la dottoressa Brennan torna a casa e descrive (la narrazione è in prima persona) la sua cena, il suo rapporto con la figlia, con l’ex marito, col gatto… Nulla di troppo stucchevole, ma il ritmo si perde e disperde in minuzie non sempre utili al lettore ed alla storia. Onestamente, credo che una revisione più attenta l’avrebbe migliorato.

Anche il personaggio di Tempe Brennan resta abbastanza distante. Un’antropologa forense famosa, espertissima e richiesta in tutto il mondo: ti da l’idea di una persona che se l’incontrassi per caso non ti darebbe retta perché nella sua vita non c’è spazio per banalità. Non ha tempo nemmeno per il gatto e la figlia: figuriamoci.
Intendiamoci: a parte queste cose, i romanzi di Kathy Reichs mi piacciono e li leggo con piacere. Specie per il contenuto tecnico e scientifico dovuto alla professione della dottoressa (e dell’autrice).

Del libro di Massimo Polidoro ho sottolineato tra i pregi proprio la vicinanza che si prova con il protagonista e la scorrevolezza del testo. E le considerazioni scritte fin qui confermano indirettamente proprio queste qualità. E rafforzano l’idea che il libro sia frutto di un attentissimo (e lungo?) lavoro di revisione.
Aggiungo la sensazione di maggiore umanità di Bruno Jordan, che appare come un uomo molto legato alla famiglia ed agli amici, laddove la dottoressa Brennan appare come una persona sola, distante dagli affetti e più interessata al sesso che ai rapporti umani.

C’è un ulteriore elemento che distingue i due modi di scrivere thriller. Quelli dell’autrice americana, con la narrazione su doppio binario (e doppia velocità) indagine/vita privata che ho descritto prima, apparentemente rispondono all’esigenza di avere un fil rouge – la vita, appunto, di Tempe Brennan – che attraversi tutti i romanzi e li tenga uniti l’uno all’altro. Quasi come se l’idea della serie fosse stata presente fin dall’inizio.
In “Il passato è una bestia feroce“, invece, l’indagine e la vita privata di Bruno Jordan sono intimamente legati. Se ci saranno altre indagini (come sperano praticamente tutti i lettori giunti all’ultima pagina…), questo intreccio dovrà necessariamente allentarsi, suppongo. La sfida, allora, sarà quella di mantenere una qualità narrativa così alta pur dovendo risolvere questo problema tecnico niente affatto banale.

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