Ginevra, Jet D'eau

Jet d’eau

Badavo a dove mettevo i piedi ed alla macchina fotografica perché il camminamento di pietra era stretto. Se ci cammini da solo, va ancora bene, ma se incroci qualcuno devi fare attenzione a non cadere in acqua. Ci si scambia un’occhiata rapida per evitare pericolosi fraintendimenti e si passa. Un po’ come sui sentieri di montagna, ma senza salutarsi.

Lei era avvolta in un cappotto d’eleganza discreta. Nulla di appariscente in quella ordinaria fantasia bianca e nera. A sorprendere era il suo sguardo. Era un guardare vero, curioso. Umano. E, insieme, l’accenno di un sorriso, dentro una espressione insieme giocosa e imbarazzata. E un po’ triste. Sembrava dicesse, ridendo, “scusate se esisto, ma non è stata colpa mia”.
Mi trovavo quasi all’inizio del molo, tornavo sulla sponda. Lei andava verso il lago. Il tempo di incrociare il nostro cammino – tre, quattro passi – e quel contatto è finito. Peccato non poter fotografare le sensazioni e gli attimi.

Passano due minuti, o poco più. Un cappotto spunta alla mia sinistra, mi passa accanto e s’allontana camminando in fretta. Riesco a vedere il profilo e gli occhi. E’ lei. Penso che evidentemente non ha proseguito a lungo dopo avermi incrociato. Ed ora va via come avesse una urgenza. Sola. Viene da chiedersi dove. Perché.

Forse è un’artista. Eccola di fronte ad una tela, a dipingere emozioni troppo forti da esprimere a parole, con pennellate rapide, urgenti, con colori densi, schizzi sul viso, lacrime blu cobalto. Un’improvvisa ispirazione e subito via. Perché forse si possono fotografare le sensazioni e gli attimi, se si è abbastanza veloci.

Forse è solo una persona che scopri con stupore in mezzo a manichini dagli occhi opachi. L’unica che ti vede davvero.

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