
Nikon era lo scudo. La scusa di documentare copriva l’indagine.
Mostri i denti, in un mezzo sorriso. Gli occhi tradiscono le tue bugie. Il sussurro non sai gestirlo. I tuoi insulti si sentono. La risata di quell’altra è inequivocabile. Farabutti.
Una scenografia adatta. Il rapido movimento, la ricerca dell’inquadratura, gli scatti curiosi sono utile passatempo. I sensi lavorano ad altro, la mente raccoglie i pezzi. L’immagine si compone e pian piano è sempre più semplice trovare i vuoti, dare un posto ai tasselli. Dal dubbio all’ipotesi, dal sospetto alla certezza.
Credi d’essere al sicuro, ingenuo. Nemmeno sai scriverla quella parola. Sono io a guidare, adesso. Perdonare è escluso, non ci saranno prigionieri. Il conto è aperto. Pagherai, e pagherai tutto.
Ecco l’altra. Tu, senza pudore. Fidarsi era un gesto di fiducia. Un dono da maneggiare con cura. L’hai lasciato andare in pezzi, per un sorso di fogna.
Non ci sono seconde possibilità. Sono preziosità che non meriti. Che non avrai. Non da me.
Rabbia, certamente. Ma delusione. Ti credevo persona. Ti mostravi amica. Per fortuna siamo diversi. Non saprei vivere nuotando nelle menzogne. Tu fai immersioni, respirando.
Mi allontano senza ritorno. Scrollo i piedi dalla polvere. Potrebbe averti toccata. Resti indietro a recitare. Senza un personaggio. Senza pubblico. Il fallimento che non sai vedere, mentre dici qualcosa. Un suono indistinto. Un rumore barbarico, incomprensibile, senza senso. Non significhi nulla. Nevermore, sul busto di Pallade.
Rabbia, certamente, e delusione. Ma nessuna pietà.
Ho già dato tutto. Adesso, per te, non ne ho più.
