otranto, piazza

In missione. Salento.

Il viaggiare è lungo, ma leggero. Strada è specchio. Scorrono pensieri, idee, rabbie e risate. Vedi i già fatto ed i forse farò.

Ricordi, anche, a tratti. Ascolti. Canti un po’. E parli senza voce. Tanto, puoi sentirti ugualmente. Quelli nella radio non t’ascoltano. Pensano ad altro. Forse guardano nulla.
L’Adriatico a sinistra si scorge appena. Si percepisce.
Città, improvvisamente, escono da mappe ed atlanti. Si stendono là davanti per mostrarsi al sole. Lo stupore è ancora bambino.

Poi ci sei. Dai un volto a quei segni nero-su-bianco. Qualcuno somiglia a come l’immaginavi. Qualcuno è diverso. Qualche parola, la cena, l’escursione notturna. Poi dai un senso alla giornata, ripensandoci con calma, dormendoci sopra.

La fortezza sul mare e la storia tutto intorno. C’è la fascinazione da turista, l’occhio archeologo, lo spirito teatrale, i piedi che bruciano. Le mani non riposano sulla reflex. Fatica di tendini ed avambracci. Alla fine, sono centodiciassette. Ci appendo il sacchetto dei ricordi incartati. Lascio?

I volti, dopo poco, ti paiono familiari. Di qualcuno ho archiviato il nome. Altri hanno ancora solo etichette. Navighiamo accostandoci o salpando. La corrente non segue il vento. Un racconto interessante fa una pausa. Cose che capitano: ora bevi un po’ d’acqua e distenditi. Poi ci sarà spettacolo.
Comincia già all’ingresso. Donna disperata m’afferra il braccio. Cosa farò adesso, che tutto è perduto? Dovrò piangere, oppure abbracciar la morte? Non posso tacere a tanto calore e rassicuro. Andrà tutto bene. E ride, lei, uscendo dalla finzione. Solo per un attimo, o forse due.

Il colpo di scena è un altro. E’ quello di un uomo che vuol fermarsi. Troppa, la fatica d’essere. Un’antica usanza, il tirar sassi alla torre più alta. Dopo, ci si guarda segnati da una testimonianza in comune. Che non si dice, però. Come un evento nel momento che avviene, un tempo è sospeso, mentre gli altri scorrono. Rapidi, folli, col tempo di una pizzica, che quando si ferma fuori, dentro ancora scuote. Siamo una realtà accanto alla nostra.
Così dislocati, come in teatro, prendiamo posto in platea. Qui par cosa ordinaria il contrasto d’amore tra chi vive e chi non più. E più volte si ripete il medesimo finale. Con parole stesse, ma tanto diverse. Prima e dopo, un limbo di sole e deserto. Emozioni isolate dal qui ed ora.

Il monologo finale è un viaggio. Dentro vite così vicine da essere sconosciute. Una finzione reale, che svela finalmente quell’angolo di casa. Non t’eri mai voltato a guardare. Lo vedevi e basta.

La notte riporta indietro. Al mattino è tutto finito. Il tempo basta appena per i saluti. Strette di mano e sorrisi. Un ultimo controllo per non dimenticarsi. Poi è di nuovo viaggio, di nuovo specchio.
I pensieri sono un po’ gli stessi, un po’ altri. Quelli della radio non lo sanno, imperterriti.
L’Adriatico, adesso è a destra. Si vede meglio.
Lo stupore non è ancora adulto.

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