L’eroe che ha sconfitto il nazismo e poi è stato torturato

Statua di Alan Turing presso il Bletchley Park Museum. Foto di Duane Wessels
Statua di Alan Turing presso il Bletchley Park Museum. Foto di Duane Wessels

Da bambino, quando mi capitava di scoprire qualcosa che mi appariva straordinario, cercavo di raccontarlo a chiunque. Mi sembrava di moltiplicare la gioia della scoperta condividendone con qualcun altro la meraviglia. Da questo punto di vista non credo d’essere cambiato molto. Però quando sei adulto è un problema. Perché se ti comporti come fa un bimbo che scopre il mondo, ti ricoverano in una stanza imbottita.
Ci sono momenti, però, in cui hai la sensazione di prenderti la rivincita. La scorsa settimana al cinema ho visto “The Imitation Game“, film biografico su Alan Turing.

Ho scoperto il suo nome ed alcune informazioni sulle sue ricerche. Leggevo un articoletto divulgativo sull’intelligenza artificiale. La rivista era una di quelle dedicate al leggendario Commodore64, oggi retrocomputer di culto, ma negli anni ’80 è stato la palestra di gran parte dei professionisti informatici, me compreso.

A quel tempo non c’era Internet, i modem erano rarissimi e costavano cifre folli. E poi esistevano le tariffe interurbane che rendevano economicamente impossibile usare la linea telefonica per connessioni fuori della propria area geografica. Comunicare con altre persone voleva dire scrivere una lettera (con carta e penna) oppure procurarsi il numero di telefono di casa e chiamare.

Scrivo ciò per dire che quando ho scoperto il test di Turing e la sua macchina ideale, non c’era modo di raccontarlo e condividerlo a molte persone come si fa adesso con Facebook per qualunque stronzata.

E invece martedì scorso ho scoperto che, grazie a questo bel film, milioni di persone hanno potuto conoscere la storia di quella persona eccezionale che ha vinto la guerra contro i nazisti, inventato i computer e rivoluzionato la storia umana sulla Terra.

Il PC su cui sto scrivendo, il telefono portatile che ho in tasca, la televisione digitale, la mia Nikon D90, Facebook e Google, la centralina della mia Alfa, il forno a microonde che ho in cucina, il bancomat con cui l’ho pagato e centinaia di altri apparecchi che incrocio quotidianamente e senza badarci granché, esistono grazie agli studi di Alan Turing.

Però ancora non si è urlato abbastanza di sdegno e rabbia per come fu torturato e condotto al suicidio, senza alcuna pietà, da leggi omofobe.
Forse è il caso di rifletterci.

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