Potrei declamarlo a memoria, ma non l’avevo mai visto su grande schermo. “Non ci resta che piangere” è tornato al cinema nei giorni scorsi, completamente restaurato, dopo trent’anni dalla prima uscita. Ed è ancora un film delizioso.
Diciamolo, i film comici che escono di questi tempi sono molto spesso film piuttosto stupidi, che cercano la risata scavando nella volgarità e riproponendo, gonfiato fino al lungometraggio, qualche gag passata in televisione.
Massimo Troisi e Roberto Benigni avevano decisamente un altro passo. Erano innanzitutto due registi, oltre che autori ed attori. Ma registi veri. Non per caso ad entrambi sarebbero arrivati anni dopo i riconoscimenti internazionali dell’Academy Award.
Il film uscì per la prima volta alla fine del 1984 ed ebbe un grande successo di pubblico. Fu però stroncato dalla critica. Rileggendo adesso alcune recensioni d’epoca, pare che non convincesse la regia e nemmeno la sceneggiatura. E, onestamente, non capisco il perché.
La regia ed il montaggio mostrano la mano di Massimo Troisi, già premiato per la direzione di “Ricomincio da tre” e “Scusate il ritardo”. Una regia semplice e poco gridata, che poi è stata la cifra stilistica costante di Massimo Troisi. Ancora meno comprensibile è la critica alla sceneggiatura (firmata da Troisi, Benigni e Giuseppe Bertolucci), che a me pare molto ben scritta.
Semmai, può essere criticata la storia, molto semplice, “senza capo né coda” come la definì lo stesso Troisi. Addirittura spezzata in due storie nettamente distinte: si comincia col viaggio dal ‘900 al ‘400 (quasi millecinque) e all’improvviso diventa un road movie col viaggio verso Palos per fermare Cristoforo Colombo.
Tuttavia, sono proprio i rimandi tra le due parti e la simmetria che si crea tra i due viaggi (quello nel tempo e quello nello spazio) a rendere coerente l’insieme. La chiusura con il treno a vapore, che riprende, sciogliendola, l’attesa al passaggio a livello dell’inizio, conferisce unità e completezza alla narrazione.
Il cuore del film è l’incontro tra la comicità di Benigni, esuberante ed intellettuale, fisica ed incontenibile e quella di Troisi, più mimica, affascinante e composta, in cui il linguaggio del corpo fa da contrappunto alla verbosità del compagno di viaggio.
Per tutto il film questi due modi lontanissimi di intendere il comico si mantengono sul punto di prevalere l’uno sull’altro, restando in meraviglioso equilibrio.
Boh, qualunque cosa intendessero allora, chi criticava “Non ci resta che piangere” aveva torto.
Il film ebbe un immediato successo di pubblico, e trent’anni dopo siamo tornati al cinema per rivederlo. Chi era con me, diceva: “Sono due genii!”.
Nel frattempo, alcune delle battute migliori sono entrate nel linguaggio popolare. Dallo scambio “Ricordati che devi morire!” – “Sì, mò me lo segno”, al tormentone “Grazie Mario”, alla ripetizione infantile con aspirazione finale “Bisogna provare, provare, provare, provare, provare, provare… e poi ci si riesce!”. E ancora, il doganiere che ripete come un’automa, prototipo del cieco burocrate: “Chi siete; cosa portate; sì, ma quanti siete; un fiorino!”, o il “Per carità: trentatrè, trentatrè e trentatrè” di Leonardo Da Vinci.
C’è infine un elemento importante, poco messo in evidenza: la rara (oggigiorno) capacità di far ridere senza offendere nessuno e senza ricorrere al turpiloquio.
Siamo abituati a roba diversa, alla spazzatura televisiva. C’è quello, per esempio, si presenta sul palco del Festival di Sanremo prendendo di mira ed umiliando in diretta un bambino che siede tra il pubblico, credendo di essere spiritoso. Un abisso separa questi dall’umiltà rispettosa di un Troisi, che riesce ad essere esilarante persino mentre chiede scusa perché ha osato dire “palla”.
Gli attori comici “veri” non sono volgari. Non ne hanno bisogno. E l’unico motivo per cui si rivolgono ai bambini è per farli ridere di gusto.
Sono tornato a vedere “Non ci resta che piangere” sul grande schermo, e la cosa più bella sono state proprio le reazioni di alcuni bambini in sala. Ridevano e chiedevano alla mamma spiegazioni sull’ora di buio ed altre curiosità sul medioevo.


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