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Chiamo da fuori Roma – diario dall’Assemblea FITA

19 marzo. Festa del papà

Se siete stati avvicinati da bambini che non avete mai visto urlanti “auguri papà”, forse state dormendo e questo è un incubo. A me è successo.

Domani parto per Roma, ma il circo dell’assemblea è già partito. Stamattina Antonio mi ha girato una email del segretario nazionale. Dice che “nulla sapendo della Vostra presenza all’Assemblea del 21 marzo p.v. non possiamo garantire il pranzo offerto dalla Federazione”.

È evidente che Nullasapendo non si è accorto che ho già pagato anticipatamente la camera d’albergo alla loro organizzazione, ho inviato il modulo con i miei dati e ho telefonato due volte per essere certo che non mancasse niente e tutti i documenti fossero arrivati. Tutto entro i termini stabiliti.
La fettina di culo via fax non era prevista.

Antonio ha detto: “ridicolo”, io lo considero un pietoso eufemismo. Rispondo a tono alla bizzarra missiva. Il mio messaggio inizia dall’elenco delle adempienze adempiute già da oltre dieci giorni, che dovrebbero da sole fugare ogni residuo dubbio sul fatto che io ci sarò, a meno di incasinamenti delle carte da parte della segreteria.
Chiedo, dunque, il senso di quel messaggio e la conferma ulteriore della mia iscrizione. Pretendo una risposta immediata, perché oggi è oggi e domani devo trovare la camera d’albergo che ho prenotato e pagato. Aggiungo in copia pure il presidente regionale, con cui avevo perlato in mattinata per darci appuntamento a Roma.

La loro risposta arriva dopo una ventina di minuti: “Ci scusi ma il messaggio era diretto in generale a tutte le compagnie per rammentare a coloro che non l’avessero fatto di farci sapere se fossero stati presenti o meno al pranzo”.

Ora, dico io, questa gente si rende conto di quello che scrive? In nessun documento o comunicazione viene fatto il minimo cenno ad una qualsiasi forma di prenotazione per pranzare. E se pure una forma di prenotazione fosse stata prevista, pezzo di idiota, la frase “nulla sapendo della Vostra presenza all’Assemblea”, non è una domanda o una richiesta di conferma. Quella frase dice che tu non sai niente della mia presenza. Stai dicendo che io non ti ho comunicato niente. Te ne rendi conto, oppure no?
E quel “non possiamo garantire il pranzo” non è una richiesta di informazioni, ma una minaccia bella e buona verso chi s’è sbattuto a farti avere tutte le stracazzo di carte che hai chiesto e che tu non hai nemmeno guardato in dieci giorni.

Intanto, il caso è chiuso. Informo Antonio e tramite lui il resto della compagnia.

Pochi minuti dopo, suona il telefono. È ancora il presidente della FITA regionale. Ha letto il mio messaggio e ha chiamato di persona la segreteria nazionale per avere spiegazioni e vuole tranquillizzarmi. Gli dico che nel frattempo hanno già risposto e gli dipingo il quadro a colori vivaci di quel che penso.
“Guarda, non stiamo neanche a commentare…”
Mi lascia il numero del vicepresidente, che sarà a Roma: per qualunque problema, posso rivolgermi a lui.

20 marzo

Se parto verso le undici, dovrei arrivare poco dopo le cinque di sera. Ma faccio le cose con comodo. Mi alzo alle nove, preparo il borsone, guardo l’ora, decido di pranzare a casa e parto a mezzogiorno passato. Il navigatore prevede l’arrivo alle alle sei meno un quarto.
Se non fosse per l’umidità fangosa tra Bologna e Firenze, sarebbe stato un viaggi perfetto. La patina nocciola che ha ricoperto l’auto fa un po’ effetto Parigi-Dakar.
Sul GRA c’è coda per una cisterna rovesciata, ma è sull’altra carreggiata. Io arrivo sull’Aurelia e trovo subito l’albergo. Mi presento, saluto, prendo possesso della mia camera. Nell’atrio dell’albergo, e poi in camera, ho quella sensazione tipica del dopo viaggio. Come di tremolio.

In camera mi rinfresco e poi messaggio gli altri della mia regione: improvvisiamo una riunione. Siamo cinque in tutto. Io sono l’unico della mia provincia. Mi affidano tutte le dodici deleghe veronesi. Dodici. Su cinquantadue compagnie iscritte. Vuol dire che quaranta non hanno nemmeno firmato un banale modulo precompilato per essere rappresantate all’assemblea nazionale. È il settantasette per cento di assenza. C’è qualcosa di sbagliato nella Federazione.

Più tardi effettuo la registrazione all’assemblea consegnando il plico delle deleghe. Avverto di nuovo, forte e chiara, la sensazione che il pavimento ondeggi. Non è un’impressione: il pavimento ha vibrato veramente. Però nessuno se ne preoccupa. Secondo me, sotto il tappeto c’è un pavimento di tavole sconnesse.
M’informo sull’orario della cena e chiedo un ticket per la connessione internet. Si fottono tre euro e mezzo per un’ora. Mentre faccio qualche telefonata, sento ancora quelle strane vibrazioni, ricorrenti, accompagnate da un rombo cupo.
Penso di aver capito e a cena mi danno conferma: sotto l’albergo passa la metropolitana. E forse mi hanno dato la stanza di Jake ed Elwood.

21 marzo

È primavera. Mi sveglio presto per vedere cosa succede a presentarsi alla prima convocazione dell’assemblea. Ovviamente, non c’è nessuno. Trovo una consuetudine idiota prevedere due convocazioni e presentarsi sempre solo alla seconda. Soprattutto perché siamo già tutti qui, nello stesso albergo: che senso ha aspettare un’ora in più?
Ritiro la mia scheda elettorale valida dodici voti, ed ho tutto il tempo per annoiarmi con comodo.

Quando finalmente entro nella sala della riunione, sono comunque il primo. C’è solo il presidente dei revisori dei conti. Mi presento e ci mettiamo a chiacchierare. Dopo un po’ cominciano ad arrivare gli altri. L’età media è superiore ai sessanta. Sembra più un raduno di politici e burocrati in pensione. Una scena sciasciana, alla Todo modo. Del teatro non c’è nessuna traccia.

Sono 920 le compagnie iscritte alla FITA in tutta italia. All’assemblea nazionale siamo presenti un quarantasette. Con le deleghe, meno di 400, non si arriva al numero legale per votare la modifica dello statuto. Procediamo solo con la parte ordinaria dell’ordine del giorno. Non accade niente. Qualche mugugno, molte spiegazioni del presidente, la relazione del revisore, l’approvazione dei bilanci e assolutamente nulla che abbia a che fare con il teatro.

Noto che quasi tre quarti del bilancio sia dedicato esclusivamente al mantenimento della struttura organizzativa della Federazione. Soltanto le briciole sono effettivamente utilizzate per l’attività sociale. Francamente, è una schifezza.

Viene sottolineata con forza la necessità di una maggiore partecipazione alla vita della Federazione, di fatto paralizzata nel suo funzionamento. Non ha senso lamentarsi dell’immobilismo della FITA: sono i soci a non fare un cazzo, neanche lo sforzo di delegare qualcuno. Vedere quella riunione di anziani, del resto, non mi fa pensare a nulla che sia in grado di muoversi. Devono essere coinvolti i giovani, altrimenti si muore. Letteralmente.

Ma se gli iscritti se ne fregano della Federazione in tutta Italia, è evidente che il problema si anche nella distanza che la Federazione ha posto con i suoi iscritti. L’impressione che ho avuto della dirigenza è comunque positiva, sembra che davvero si sforzino per capirci qualcosa. Il problema è che non sono in grado di capirci una minchia.
Credo abbiano passato troppi anni a discutere di politica interna e a spartirsi rassegne e concorsi, per ricordarsi che cosa voglia dire fare teatro. Teatro vero, sporcandosi le mani, sbattendosi per trovare date e attirare spettatori, restare a provare fino a mezzanotte, smontare le scenografie e portarle nel deposito alle due di notte, con le schegge di legno nelle mani e un incasso che a stento copre le spese.

***

Il pranzo è a buffet. In fila per avere il primo piatto, mi sembra di essere in una scena di un film comico. La scena in cui il protagonista, stufo, ruba una mela e se ne va. Lo dico ad alta voce, mentre incrocio l’unica ragazza presente in sala. Ci guadagno un bel sorriso. Poi non riesco a vedere dove sia seduta e me la perdo.
A tavola mi ritrovo con i rappresentanti della provincia di Pordenone, che non smettono mai di raccontare cose. Ci lasciamo sulle scale esterne dell’albergo, quando stiamo già andando via. Persone vivaci, a modo loro. Nel senso che fanno quel che la loro età ancora concede loro.
Aspetto un po’, faccio una passeggiata e parto nel primo pomeriggio con la sensazione concreta di aver perso tempo. Come in un castello kafkiano.

Il ritorno è un viaggio tranquillo. La nebbia in banchi e la leggera pioggia sugli appennini cancella la polvere nocciola dell’andata. A casa, DVD, divano e popcorn hanno chiuso la giornata.

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