
Scattavo foto. Temprati da tropici in trasferta: la classe a volte è acqua, anzi sudore. Centinaia di sedie vuote che la luce restituisce bianche, grigie o rosse. Ancora due ore. Dal palco si legge persino la scritta “riservato”. Trovo al mio arrivo capelli nerissimi in lavorazione. Quelli rossi in tesissima attesa. L’immortalo un po’. Preparo, nel mio piccolo, veste e pipa. Scelgo l’ottica ed esco dal tempio senza chinarmi al legname scolpito.
Osservo il dintorno, l’erba esausta, la ghiaia rovente. Osservo gli altri pazienti, in attesa d’esser visitati dal pubblico pagante. I capelli sotto mani esperte passano vorticando a stabilità gelatinose. Un valzer laccato e truccato. E scattavo foto. Ancora un’ora.
Espressioni dubbiose ed ironiche rivolte agli specchi. Occhi stretti al sole, divertiti dal caso e da bazzecole fuorvianti. Ora le sedie non sono tutte vuote. Ancora mezz’ora. Approfitto della luce calante. Poi basta. Cerco Ermete nel fondo del borsone. Lo indosso piano piano. Celeste ha una veste scura. Quindi il pomeriggio cerca la sera. La indossa piano, ostentando indifferenza. Memi tace coi pugni sulle orecchie. Tonio cerca un fucile, seguito dai soldati. A sinistra qualcuno accende candele. L’arte è davvero così vicina alla follia?
Il sole è calato, la febbre sale, l’acqua è già finita. Ci si disseta di caffeina ghiacciata. Poche le sedie vuote, ormai quasi nere. Quelle piene emettono un sommesso vociare. Suggestivi gli scorci del palco illuminato. Non scattavo foto. Ancora un minuto. Mettiamo la giacca.
Quel che accade ora non si racconta. Si vive. Il tempo è sospeso. L’attore non invecchia durante gli spettacoli. A volte ritorna giovane. Può piangere per una lettera inventata, sfogare urla di rabbia per motivi fasulli, ridere per la rappresentazione di uno scherzo. La storia è simulata, i sentimenti no. L’attore non sa mentire.
Ci chiniamo al pubblico e torniamo semplici esseri umani. Ci togliamo la giacca. Celeste torna rossa, Pietro perde il cappello, Vittorio il bastone, Memi la camicia. Le candele si spengono, le armi si ripongono, la guerra è finita. Abbiamo donato, arricchendoci: la realtà ossequia questa follia.
Qualcosa è cambiato. Lo si legge su braccia, palmi, guance rubre, acconcie capigliature. Qualcosa è aggiunto. Lo si vede nei gesti e negli occhi e nell’espressioni condivise su una tavola calda. Calore è parola d’ordine delle notti di mezza estate. Quelle afose, che non c’è sonno e non c’è sogno.
Si sta, semplicemente, seduti a semicerchio, scherzando il temporale di fuori. Regaliamo una nuova figura alla parola “vicini”.
