Tracce di fango

Sempre un solo passo, e nemmeno troppo lungo.
Il giorno dopo osservi due tracce di fango secco sulla scarpa. Curioso come possano avere un significato. Immagini di una stanza al semibuio. Una tavolata lunghissima ed una corona di sedie. Diverse. Occhi e denti, mani e bicchieri, capelli scossi e legature lente.

Osservi pochi volti. Quelli che si lasciano vedere dietro le maschere. Degli altri non t’importa. Così la posizione scomoda dei ginocchi può a tratti diventar comodissima. Diventare un gioco sbadato, di quelli che dimentichi mentre stai giocando. Di quelli che quando ti ricordi vorresti rigiocare, ma è già tardi. S’è già fatta ora d’alzarsi. Avresti dovuto parlare prima.

Si dispiegano voci e code. C’è chi fa la ruota, chi la scopre e già immagina lunghi viaggi nel girare di quella. C’è chi si copre per uscire al freddo. Nel giardino non c’è una rosa. La luce taglia ombre su nasi e dita. Incandescenza di tungsteno. Tu esci senza coperte, ti sveli un poco per farti imitare. Ci si studia sempre in queste occasioni. Ma si rimanda l’esame il più possibile. Non sai mai se tocca a te rispondere o far domande. Nel dubbio facciamo un solo passo, nemmeno troppo lungo. Finisci per tornare a casa con quelle due macchie di fango secco sulle scarpe.
Curioso come, il giorno dopo, possano assumere un significato.

colonna sonora: “Potrebbe essere sera“, L. Battisti, 1990

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